Amore e Psiche di Antonio Canova e di Bertel Thorvaldsen

Le sculture di Amore e Psiche di Antonio Canova (1757-1822) e di Bertel Thorvaldsen (1770-1844) hanno senz’altro ottime possibilità di contendere al celeberrimo dipinto “Il Bacio” di Francesco Hayez (1791-1882) il primato di manifesto di San Valentino.

Nella giornata dedicata all’amore, il 14 febbraio, rimembrare il mito di Eros e Psiche è stimolante, almeno per gli appassionati d’arte, di storia e di miti, un racconto che non si ferma al solo attimo fuggente di un bacio rubato, è un qualcosa di molto più profondo e duraturo.

La favola di Lucio Apuleio Madaurense, filosofo romano del II° secolo d.C., racconta ne “Le Metamorfosi” la vicenda di Psiche, la cui bellezza era pari alla mitica Venere, e di come Cupido (o Eros, il dio dell’amore) per un errore nello scagliare la propria freccia – che colpì il proprio piede – se ne innamorò perdutamente.

Senza addentrarci ulteriormente nella vicenda che vide protagonisti Eros e Psiche, l’attenzione di questo articolo è su come due artisti straordinari, Canova e Thorvaldsen, li hanno rappresentati ed evidenziare alcuni particolari che vanno oltre alla solo bellezza estetica.

Sebbene i due artisti fossero coevi, vi è in loro una profonda differenza di vedute su cosa sia la bellezza idealizzata, o meglio la perfezione ideale che ambedue rincorrevano e che probabilmente l’hanno saputa riprodurre nei loro rispettivi stili.

Canova è quello che rivoluziona la statuaria, le sue opere in marmo esaltano la vita, sono talmente reali non solo nelle proporzioni perfette, nelle pose naturali, ma quanto per far apparire il freddo marmo come se fosse carne viva, si percepisce il calore umano e i sentimenti della figura ritratta come se fosse reale. Il suo scopo è superare gli antichi, sinonimo di perfezione anche nel pensiero, andare oltre alla pari di un dottor Frankenstein che volle imprimere nuova vita alla sua Creatura.

Thorvaldsen invece si ritrova a suo agio nella classicità più rigorosa, dove la sensualità è meno spiccata e in secondo piano rispetto a sentimenti più intellettuali. Le sue figure appaiono come se appartenessero a un eden, un giardino perduto dove il tempo non trascorre: la loro corporeità è una nudità antica, dove uno sguardo può comunicare più di mille parole.

Nei due gruppi di Amore e Psiche, che ho avuto il piacere di ammirare durante la visita alla straordinaria mostra “Canova | Thorvaldsen. La nascita della scultura moderna” presso Gallerie d’Italia a Milano, entrambi gli autori hanno dei punti in comune nonostante la differenza di stile: i due soggetti sono posti in piedi, uno accanto all’altro senza però perdere la loro stabilità individuale; sono degli adolescenti dai corpi non ancora formati completamente, simboleggianti così la purezza dei sentimenti; i loro sguardi sono di curiosità per le sensazioni che stanno per scoprire, forse per la prima volta; il contatto fisico, un leggero abbraccio come se fosse una carezza, è intriso di pudore, quello che nasce dallo stupore di quando si comprende che si lascia la propria anima allo scoperto.

Nelle loro rispettive visioni, Canova e Thorvaldsen, ci mostrano un sentimento antico e affidano a due particolari diversi il loro commento: Canova usa la farfalla che Psiche porge, con una delicatezza che commuove, ad Amore simboleggiando così il dono della propria anima al suo amato che l’accoglie con altrettanta delicatezza; Thorvaldsen invece si affida alla coppa che Psiche regge nella mano sinistra e che contiene il nettare dell’immortalità, quale simbolo dell’immortalità del loro amore.

Concludo con la segnalazione di un film del 1963, Giovani Prede – Dafni e Cloe del registra ellenico Nikos Koundouros, ambientato nella Grecia del 200 a.C dove alcuni pastori, tra i quali ci sono i due giovani Samos e Dafni, giungono al mare con le loro greggi, vicino a un villaggio abitato solo da donne, essendo tutti gli uomini in mare per la pesca. Tra Dafni e Chloe, una giovane adolescente del villaggio, nasce un tenero rapporto dove sguardi e danze dei corpi sono le sole parole scambiate, così come le possiamo ritrovare nelle due statue di Canova e Thorvaldsen. Ispirato a “Danfi e Cloe” di Longo Sofista e agli idilli di Teocrito, è un film in un bellissimo bianco e nero destinato ad un pubblico colto che sa leggere oltre l’apparenza.

Marco Mattiuzzi – 14/02/2020

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