Ebe di Antonio Canova e Bertel Thorvaldsen

Ho avuto la fortuna di poter visitare a Milano, prima dell’emergenza sanitaria dovuta al COVID, l’esposizione “Canova – Thorvaldsen. La nascita della scultura moderna“, una mostra che sia per le opere esposte sia per l’allestimento mi ha entusiasmato notevolmente.

Le Gallerie d’Italia organizzano da tempo mostre di un tale livello che un appassionato d’arte non può non vedere, e in quest’occasione ho potuto – da privilegiato lo ammetto – scattare numerose fotografie alle varie opere d’arte esposte, un modo economico per portarmi a casa qualcosa di più che le emozioni, o meglio un qualcosa per cercare di riproporle rimembrando ciò che ho visto.

Avrei desiderato fotografare ancora di più, ma alla fine si resta succubi di quella che viene chiamata la sindrome di Stendhal: non sai più dove volgere lo sguardo e se non ti dai una calmata finisce che ti ritrovano abbracciato a una qualche statua…

In un precedente articolo ho parlato di Amore e Psiche di Antonio Canova e di Bertel Thorvaldsen, oggi scrivo su le due “EBE“, sempre di Canova e Thorvaldsen, poste nella mostra una accanto all’altra in modo da coglierne le differenze sia estetiche sia emotive.

Ebe, coppiera degli dei, è rappresentata dai due scultori in modo notevolmente differente, pare che in queste opere il distacco interpretativo sia maggiore rispetto quello di Amore e Psiche: il leggiadro movimento impresso da Canova contrapposto alla staticità della posa scelta da Thorvaldsen, la caraffa e calice dorati alla semplice brocca e ciotola dello stesso marmo di carrara di cui è composta la statua, una certa spensieratezza comportamentale della giovane Ebe di Canova a un atteggiamento più pensoso e calato nel suo ruolo di coppiera nella Ebe di Thorvaldsen.

La prima versa il nettare di ambrosia, la bevanda che rende immortale, quella dell’eterna giovinezza che alcuni pensano potesse essere miele e forse anche di cannabis: il suo gesto è plateale, si presuppone che pur camminando riesca a versare nella coppa il prezioso liquido senza perderne una goccia. Potrebbe essere l’emblema della giovinezza, dove tutto è movimento e anche una certa dose di irruenza e desiderio di scoprire le proprie capacità.

La seconda pare senza tempo, una età indefinita e la bellezza è classica, ha già versato il nettare nella coppa e lo sta osservando: austera nella posa e nello sguardo, concentrata su quello che sta facendo, nulla viene lasciato all’improvvisazione in quanto pare ben conscia dell’importanza del suo ruolo di coppiera degli dei e della preziosità di quanto la sua mano sostiene.

Se Canova sceglie di dotare la sua Ebe di una caraffa e una coppa d’oro, così che siano visivamente distinti e riconoscibili per il distacco di colore, oltre che a compiere un’operazione estetica notevole potrebbe aver inteso la preziosità di quel nettare come un qualcosa di effimero, solo esteriorità e nulla più; Thorvaldsen invece sembra che ne sia affascinato, la brocca e la ciotola sono oggetti semplici, non conta quindi l’aspetto ma il loro contenuto, la preziosità è all’interno e non all’esterno.

Thorvaldsen utilizzerà il tema di Ebe nella realizzazione di uno dei quattro medaglioni di Palazzo Christiansborg a Copenaghen, Ercole riceve da Ebe la bevanda dell’immortalità, quando dovrà rappresentare le virtù del Buon Governo, in questo caso la Forza.

Marco Mattiuzzi – 21/10/2020

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