Il monumento funebre ai De Marchetti

Ogni volta che mi reco a Padova, la visita dell’interno della Basilica del Santo (così viene denominata comunemente la Basilica dedicata a Sant’Antonio) è una tappa obbligata che ha un percorso ben definito. Innumerevoli le opere d’arte che lasciano incantati, ma una in particolare attira sempre la mia attenzione tra tutte.

E’ un monumento funerario, sono sempre attratto da questi e non solo per l’aspetto artistico: ogni volta che lo vedo e leggo lo scritto inciso sulla lapide avverto che qualcosa dentro di me si sommuove.

Il monumento funebre ai De Marchetti, in marmi policromi realizzato dallo scultore Giovanni Comini nel 1690, di impianto tipicamente barocco ricorda “Il trionfo della morte” del grande Bernini: un “memento mori” rappresentato dallo scheletro volante con la tromba in bocca, il cui compito è di ricordarci che verrà a prenderci ineluttabilmente.

A parte la bellezza estetica, seppur macabra, dell’opera statuaria, quello che colpisce – o almeno colpisce me – è l’iscrizione sulla lapide che riporto intervallando dei commenti (i defunti, Pietro e Domenico De Marchetti, padre e figlio, erano dottori in medicina):

 

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La fortuna divide tra uguali la gloria dei due chirurghi

[Antonio De Marchetti, a cui si deve il monumento, invita la morte a tessere l’elogio del padre e del fratello defunti]

Orsù morte, deposta la falce, impugna la penna, e narra le vite stroncate nel fior degli anni, che sei per compensare nell’Evo dei più validi

[quindi la morte accetta questo compito, pur tuttavia concludendo con un elogio a se stessa]

Affermo e testimonio che in questa tomba sono contenuti i resti mortali del Cavaliere di San Marco Pietro e di Domenico De Marchetti. Eccettuati questi resti mortali, niente vi è in loro di mortale: nell’emiciclo, ove insegnavano chirurgia sui cadaveri, dalle cattedre più celebri di chirurgia e di medicina, nei casi disperati di malattia, nella pubblicazione dei libri, monumenti di scienza, la città, la patria, i palazzi dei principi, tutto l’universo mai li ritennero essere mortali.

Ma proprio io, e mi vergogno nel confessarlo, ma mi vi obbliga l’amore del superstite Antonio verso il padre e il fratello, amore che rimarrà per sempre, proprio io molto spesso stupii che fosse concesso tanto potere su di me ai Marchetti.

Chi, dopo quanto sono stata obbligata a confessare, oserà dire che la morte è falsa?

Io, morte, non ho imparato ancora ad adulare le persone, né con la falce, né con gli scritti.

Anno del Signore 1690

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Marco Mattiuzzi – 03/02/2019

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