Josef Sudek: un fotografo senza tempo

Ritratto di Josef Sudek realizzato da Miloň Novotný (Praga 1958)

Vi sono fotografi che realizzano opere senza tempo, come ad esempio Josef Sudek (1896-1976), cecoslovacco che ha registrato con occhio da artista i mutamenti che avvenivano nella sua Praga tra gli anni venti e gli anni settanta.

Con estrema sensibilità, quasi in punta di piedi, ha descritto in rigoroso e bellissimo bianco e nero ciò che aveva intorno, sempre privilegiando il particolare anche quando inquadrava i paesaggi.

Il suo approccio con l’ambiente che lo circondava potrebbe essere paragonato a quello che un pellegrino spera di trovare durante un viaggio, una ricerca interiore stimolata da quello che passa davanti ai propri occhi.

E’ un cammino quello di Josef Sudek solitario, molto raramente fotografa le persone – e se lo fa sono come delle ombre – preferisce spazi urbani vuoti, colmi di nostalgia.

Sovente fotografa la finestra del suo studio, inquadrando tramite essa il paesaggio esterno, alla pari di un pittore che fissa l’immagine sulla propria tela. Sono momenti molto intimi, quelli che interessano e attirano questo grande artista fotografo.

Denominato il “poeta di Praga”, Sudek è figlio dei quella generazione di fotografi e artisti in generale che sono stati segnati dalle guerre, che li porta a raccontare gli aspetti oscuri e tormentati dell’esistenza umana.

La vita di Josef Sudek è stata condizionata dapprima con l’avvento della Grande Guerra: chiamato alle armi per l’esercito austroungarico, ritorna dal fronte con un braccio amputato, motivo che lo obbliga ad abbandonare il mestiere di rilegatore che esercitava.

Affascinato dal pittorialismo, corrente fotografica sviluppatasi tra la fine dell’800 e inizio del ‘900, ma con attenzione maggiore alla luce e ai suoi effetti, si dedica quindi alla fotografia ottenendo una borsa di studio dalla scuola di arti grafiche di Praga

Lo scoppio della II° Guerra mondiale e l’arrivo del comunismo lo portano a chiudersi ancora di più nel privato, dove trova rifugio nell’amore per la musica classica e in particolare per l’opera del compositore Leoš Janáček.

Marco Mattiuzzi – 09/02/2019

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