La ricerca alchemica nella pittura

Alchimista di Johannes Moreelse (1603 ca-1634)

La ricerca della Pietra Filosofale, la Tramutazione del Piombo in Oro, l’Elisir di Lunga Vita… affascinanti racconti si sono susseguiti nell’arco di secoli, narrazioni di pratiche alchemiche tenute segrete e accessibili a pochi iniziati, oggetti dalle forme strane che distillano la materia al fine di crearne di nuove nel tentativo di trovare il segreto della manipolazione dell’universo.

Pare che già nell’antico Egitto la pratica dell’alchimia fosse in uso, ma alcuni propendono che il tutto ebbe inizio addirittura nella perduta Atlantide, terra dove l’uomo era ancora a contatto con il divino e ne condivideva la sapienza.

Ma lasciando da parte le leggende, come si può interpretare la ricerca alchemica? La trasmutazione del piombo in oro piacerebbe senz’altro a molti, forse la moderna fisica potrebbe farlo lavorando su isotopi e nucleoni il cui costo però sarebbe sproporzionato al risultato, quindi si può affermare che si tratti più che altro di una favoletta, oggi la potremmo definire una leggenda metropolitana.

L’Alchimista di David Teniers il Giovane (1610-1690)

Chi studia la storia in generale e le vicende degli alchimisti in particolare, è a conoscenza che molti artisti famosi così come scienziati e studiosi di prim’ordine hanno praticato la ricerca alchemica come una sorta di percorso spirituale, attuato tramite riti tramandati solo ai più meritevoli al fine di arrivare ad una sorta di perfezione interiore.

E’ quindi naturale che diversi artisti del pennello abbiano desiderato anche rappresentarla, alcuni solo con intento documentario – vi sono state epoche che l’alchimia andava di moda e quindi i dipinti con questo soggetto vendevano – altri, quelli più sofisticati, creando opere con all’interno diversi riferimenti alchemici sia celati ai più sia per descrivere al meglio quello che rappresentavano.

I dipinti dedicati alla figura dell’alchimista che inserisco in questo articolo lo raffigurano in un laboratorio a dir poco oscuro, stracolmo di oggetti, in un caos tetro e proprio per questo estremamente affascinante, solitamente assorti nel loro lavoro in solitudine quasi alla pari di eremiti.

Giovanni Stradano (1523-1605)

Gli strumenti di lavoro, dagli alambicchi all’athanor, dalle ampolle contenenti liquidi ai mortai per le polveri, e non certo per ultimi l’immancabile mantice e i numerosi libri da cui apprendere la sapienza, oltre che ad essere utilizzati al fine di ottenere la distillazione e la miscelazione degli elementi, possiedono significati simbolici la cui lettura risulta interessante e rivelatrice di quel mondo che si potrebbe definire ascetico.

L’alchimista in cerca della Pietra Filosofale di Joseph Wright of Derby (1734-1797)

Ad esempio l’athenor, termine greco che significa crogiolo e derivato dalla parola Atanatos (=immortale, senza fine), dove arde il fuoco e che viene usato per riscaldare il liquido contenuto nell’alambicco posto sopra di esso al fine di produrre la separazione degli elementi tramite la distillazione, prende il significato del luogo dove tutto si trasmuta passando da una condizione mortale ad una immortale.

La distillazione infatti viene vista come una purificazione ed elevazione dello spirito, e forse non per nulla l’alcol – prodotto forse principe della distillazione ancora oggi – viene chiamato comunemente “spirito” con chiaro riferimento al sovrannaturale: processi di digestione, di consumazione, di separazione e di putrefazione che trasformano la materia in spirito liberandosi dalla prigione dei metalli che diventa lei stessa Luce.

Altro elemento che non deve mancare è il Mantice, il cui significato è evidente se si pensa al suo ruolo, infatti deve soffiare aria sul fuoco, in modo costante al fine di rendere altrettanto costante la fiamma: le tecniche del respiro umano messe in pratica in diverse discipline ascetiche, e non per ultimo per indurre l’ipnosi, vengono quindi associate al Mantice che di conseguenza assume una simbologia alchemica ben definita.

Anche i libri sono oggetti che troviamo nei dipinti che ritraggono alchimisti, la sapienza tramandata è essenziale e il libro potrebbe essere accostato alla memoria umana, al cervello come l’athanor nel quale arde il fuoco è il cuore e il mantice i polmoni: un linguaggio ermetico, simboli che erano – e forse lo sono ancora – conosciuti a pochi iniziati meritevoli e costanti nella loro pratica alchemica.

Una pittura di genere questa che ho presentato, cioè una rappresentazione pittorica che ha per soggetto scene ed eventi tratti dalla vita quotidiana – in questo caso la vita degli alchimisti – che fu in uso largamente in quel periodo, forse romanzata e forzata in alcuni suoi aspetti, ma è l’unica “fotografia” che possiamo avere di quei laboratori e di quel “fuoco sacro” – in questo caso lo si può affermare a proposito – che ardeva in questi ricercatori, a cui dobbiamo diverse scoperte usate oggi quotidianamente senza esserne a conoscenza.

Cornelis Pietersz Bega (1620-1664)

Marco Mattiuzzi 05/10/2019

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Adriaen van Ostad (1610-1685)

 

 

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