“Nettuno e Anfitrite” di Jacques Jordaens

“Nettuno e Anfitrite” di Jacques Jordaens (prima del restauro)

Porsi davanti a un dipinto con rappresentati personaggi mitologici è come aprire un libro e iniziare a leggerlo, il racconto ci condurrà in un mondo arcaico dove è possibile trovare tutte le passioni, dall’amore all’odio, dai piaceri al dolore e ancora di più: un crogiolo di quanto esiste in noi dalla notte dei tempi.

La grande tela con Nettuno che ha appena domato la tempesta, in piedi su una conchiglia con accanto la sua sposa Anfitrite, ornata con una collana e un drappo rosso, realizzata intorno al 1648 da Jacques Jordaens (1593-1678), offre diversi spunti di approfondimento sia riguardo particolari esecutivi del quadro stesso sia su quanto narrato dalle imponenti figure dipinte.

Una prima notazione la possiamo leggere osservando attentamente l’immagine seguente, si tratta di una fotografia che ho scattato durante la mia visita alla mostra “Da Tiziano a Rubens. Capolavori da Anversa e da altre Collezioni Fiamminghe” presso Palazzo Ducale di Venezia.

Infatti da questa immagine risulta facile individuare ai lati la tela aggiunta in un secondo tempo, al fine di ampliare la visuale dell’insieme che nella prima stesura del disegno era a filo delle figure. Questa dilatazione dello spazio ha permesso di contestualizzare meglio l’opera di Nettuno, mettendo in risalto anche la tempesta così da evitare che l’attenzione fosse rivolta esclusivamente alla possanza dei corpi: provate ad osservare il dipinto coprendo con le mani le due parti laterali aggiunte e comprenderete quanto l’impatto emotivo e di conseguenza la lettura possa cambiare.

“Nettuno e Anfitrite” di Jacques Jordaens (dopo il restauro)

Un altro elemento di analisi tecnica è stata rilevata dai recenti restauri, operazione che porta sempre a notevoli scoperte: è emerso che a fianco del cavallo vi è un pentimento, questo riguarda il Tritone che soffia in una conchiglia riportato sul lato destro del dipinto.

Infatti, rimuovendo uno strato di vernice superficiale, troviamo questo tritone in posizione eretta accanto al cavallo, posizione giustificata dalla inquadratura originale, quella prima dell’allargamento laterale, in quanto avrebbe riempito correttamente gli spazi in un gioco di vuoti e pieni armonico.

Jacques Jordaens dopo aver allargato la tela decise di spostare il Tritone in basso e di raffigurarlo in orizzontale, rendendo così più imponente la figura di Nettuno sullo sfondo della tempesta. Oggi – dopo quattrocento anni – si può quindi ammirare il primo Tritone come un fantasma, interessante dal punto di vista dei ricercatori ma personalmente mi domando se l’autore ne sia contento visto che alla fine lui l’aveva cancellato…

Ritornando al tema del dipinto, come indicato nel titolo ci troviamo in presenza ad una coppia famosa in mitologia: il dio del mare Nettuno rappresentato con in mano il tridente, il suo classico attributo con il quale scuote la terra creando sorgenti da cui zampilla l’acqua, e la sua bellissima sposa Anfitrite, una Nereide – figlia di Nereo e Doride secondo il Teogonia di Esiodo (metà VIII secolo a.C. – VII secolo a.C.), o una Oceanide – figlia di Oceano e di Teti – secondo Apollodoro (180 a.C. circa – 120-110 a.C.) che la include sia fra le Nereidi che fra le Oceanidi.

Anfitrite doveva essere una donna bellissima, le Nereidi lo erano e infatti si racconta che Nettuno ne avesse ben 50 alla sua corte, all’epoca pare che gli dei passassero molto del loro tempo a combattersi ma che ne dedicassero molto di più agli amori passionali tra i più vari e impensabili. Jacques Jordaens la ritrae in una posa sensuale, con indosso solo una collana e il drappo rosso opportunamente sollevato dal vento della tempesta così da mostrarne le forme: non si fatica ad immaginare l’effetto che ebbe su Nettuno quando la vide per la prima volta danzare con le sue sorelle nell’isola di Nasso.

Le figure che circondano la coppia sono dei Tritoni, esseri mitologici agli ordini di Nettuno che potevano scatenare o placare le tempeste marine, suonando un corno a forma di chiocciola, ricavato da una conchiglia, discendenti di Tritone, figlio di Nettuno e Anfitrite.

Completano la composizione quattro piccole teste, che soffiano sulle nubi per scacciare la tempesta che Nettuno ha appena domato, e un paio cavalli bianchi la cui resa è eccellente in particolare nello sguardo quasi umano del cavallo in primo piano.

Marco Mattiuzzi – 07/07/2020

Gruppo Facebook “Pillole d’Arte”